Noi non siamo il nostro Curriculum. Ma siamo davvero la nostra (digital) Reputation algoritmica? – parte 2

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NON SIAMO LA NOSTRA REPUTATION “COSTRUITA”

I processi valutativi personali servono quindi ancora nell’era “Social”?

Già siamo immersi da anni nell’epoca dei CV-commodity che circolano anche a nostra insaputa, alla faccia della normativa e soprattutto della attenzione mediatica alla privacy: è forse un falso problema nell’era del tutto social, quando gli hiring manager leggono i nostri cv e poi spulciano le nostre foto o commenti improbabili su facebook?

Ma noi non siamo “solo” il nostro curriculum, men che meno la nostra reputation “costruita” da noi stessi o dai commenti di altri che magari nemmeno ci conoscono. Non siamo necessariamente nemmeno i successi professionali che abbiamo avuto né i licenziamenti/downsizing che magari abbiamo subito.

Certo il nostro CV (alias “scheda tecnica di prodotto”), anzi oggi il nostro profilo Linkedin (ergo “brochure marketing” e “social reputation” autoreferenziata) è ciò che ci rappresenta, è il nostro abito di presentazione, è il nostro stile abituale trasmesso e percepito. È comunque una comunicazione scritta, sintetica, razionale, informativa e non “dinamica” e come tale sottoposta alle elementari regole della stessa, con relativi effetti boomerang e interpretativi.

Nella relazione face2face invece ci cambiamo d’abito, a seconda delle situazioni, pur senza perdere la nostra identità, per presentare “cosa siamo” oppure “chi siamo” ovvero le nostre competenze o la nostra personalità. A volte più le une, a volte più le altre e a volte ambedue… Rappresentare se stessi è un task, managerialmente parlando, tra i più importanti: saper trasmettere la capacità di creare valore però non dovrebbe generare, ad un osservatore attento, un effetto alone né positivo né negativo sulla valutazione tecnico-professionale propriamente detta.

Invece il portato valoriale sottinteso a determinate esperienze non può che essere trasmesso, percepito e valorizzato (e non, banalmente, valutato nel senso di “giudicato”) rispetto ad un determinato contesto dato e solo attraverso un mix di supporti e soprattutto di relazioni professionali con uno o più specialisti, aziendali o consulenziali.

Nell’era della rappresentazione sociale mediatica è importante decidere cosa vogliamo rappresentare e a chi; se siamo assolutisticamente certi che l’espressione di una delle tante nostre sfaccettature (conoscenze, capacità, skills, competenze, comportamenti, atteggiamenti, personalità…) sia necessaria per quel contesto, quell’interlocutore, quel lavoro. Ed è opportuno essere consapevoli quanto siamo disposti a delegare alla nostra reputazione mediatica il “giudizio” del nostro “lettore”, a cui affidiamo magari con un algoritmo la decisione di essere “colui per cui ti scambiano”… (*)

E in tutto ciò i Consulenti a cosa servono nell’era “digital”? Hanno abdicato al ruolo di super partes e di creatori di valore? Di chi è la colpa di quei consulenti ridotti a falangi commerciali d’assalto oppure a passacarte (hai un senior controller in archivio? C’è l’ammorbidente a scaffale? La berlina in salone la provo sei mesi poi te la pago, se mi piace e non consuma troppo ma magari cambio idea nel frattempo…) o ad executive assistant, giusto per matchare le agende.

Cosa e Chi è dunque necessario per validare una reputazione professionale?

Non è mai bastato prendere un caffè o fare un business lunch per comprendere compiutamente una cultura, un clima e una esigenza aziendale o per rilevare e valorizzare una vita professionale. Ma le relazioni interpersonali dirette, articolate, diversificate e ovviamente supportate da strumenti decisionali, sono come i blue jeans: non passeranno mai di moda.

(*) Scrivere un curriculum

 Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Wislawa Szymborska (Premio Nobel per la Letteratura 1996)

Noi non siamo il nostro Curriculum. Ma siamo davvero la nostra (digital) Reputation algoritmica? – parte 1

HUMAN TECHNOLOGY PER LO HUMAN CAPITAL

Sotto l’albero di Natale abbiamo, fortunatamente per adesso, trovato il NO del Garante privacy alla banca dati online della reputazione. Il progetto per la misurazione del “rating reputazionale” viola le norme del Codice sulla protezione dei dati personali (ma se è tutto social alla portata di tutti!) e incide negativamente sulla dignità delle persone (ah meno male se ne sono accorti!).

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#10cosesulrecruiting – 10 motivi per cui dovreste rispondere all’Headhunter che sta per chiamarvi

 

Hand holding smartphone, incoming call screen. Thin line vector illustration

 

1) Siete sottopagati…

2) …o forse credete di esserlo e non lo siete.
In ogni caso farvi un’idea di cosa offre il mercato non può farvi male.

Entrare in contatto con un Headhunter può essere una buona occasione per capire come il mercato valuta, gestisce e – perché no – paga posizioni simili alla vostra, dandovi modo di valutare la vostra posizione attuale in maniera più completa.
Potreste scoprire che c’è un mondo là fuori.

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Non solo Cacciatori (ma anche Raccoglitori)

 Vector concept of human resources management.

 

Con questa espressione, tratta dal lessico della preistoria, non intendo certo affermare che quello dell’Head Hunter sia un mestiere poco complesso, tutt’altro! Se fatto con passione e consapevolezza, questo mestiere può diventare un’attività molto evoluta, come molto evoluti erano i nostri antenati del Paleolitico che avevano imparato a conoscere talmente bene l’ambiente in cui vivevano da essere in grado di sfruttarne la gran parte delle potenzialità.

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#10cosesulrecruiting – Le 10 frasi che probabilmente non dovreste dire a un colloquio

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1) “Cambio lavoro per crescere”
– Per carità, nessuno lo nega. Parlate però anche delle difficoltà di relazione con il capo, delle vostre aspettative economiche, del fatto che dopo x anni nel ruolo vi siete anche un po’ stufati.
La sincerità dopotutto paga.

2) “Sono assolutamente autonomo in questa attività”
– Nulla di male, giusto? Giusto, a patto che non stiate esagerando.
I selezionatori hanno decine di storie di persone con ruoli di un certo livello che raccontano di avere autonomie e budget pazzeschi a disposizione.
Ricordate: chi sta dall’altra parte conosce il mercato e sa più o meno cosa aspettarsi dalla vostra posizione. Esagerare non serve. Mettete in luce le cose buone fatte, i risultati ottenuti anche se non sono dipesi esclusivamente da voi. Alla fine il lavoro in team è importante in qualsiasi azienda oggigiorno, e tutti abbiamo un capo a cui riferire.

3) “I soldi? Non mi interessano. L’importante è il progetto”
– Ok, Robin Hood. I soldi SONO importanti, per tutti. A meno che non siate un rampollo miliardario di una famiglia industriale che passa le giornate postando video di balli sudamericani su Instagram, lavorate anche per i soldi.
Il segreto è porre il tema in modo serio, professionale e trasparente, senza sembrare a caccia solo di un aumento.

4) “Il mio inglese? Buono, forse solo un po’ arrugginito”
– Sicuri? Sicuri sicuri? Perché se poi il selezionatore vi chiede come sono andate le vostre ferie in inglese e voi diventate rossi come un peperone meglio dire semplicemente “scolastico”.

5) “Non ho problemi per gli spostamenti”
– Anche qui: il lavoro richiede spostamenti continui e voi avete 3 figli piccoli e non potere lasciarli? Non è il lavoro che fa per voi.
Non adattate le risposte al lavoro, abbiate il coraggio di proporvi per quello che siete.

6) “Sono un maniaco del lavorare sodo”
– Tutti lo dicono, tutti i selezionatori si aspettano di sentirselo dire. Stupiteli, raccontate che amate il vostro lavoro ma vi piace anche poter passare del tempo con i vostri figli, o che siete presidente dell’associazione di quartiere.
Essere pieni di interessi è meglio di essere semplicemente stakanovisti.

7) “I miei collaboratori mi amano”
– Se è vero, non siete un buon capo. Un capo rispettato è sempre un po’ detestato.

8) “Il mio peggior difetto? sono troppo sincero”
– Questo fa parte della lunga lista dei finti difetti che le persone dicono a un colloquio per paura di ammettere i difetti VERI. Ora, non raccontate delle litigate con la moglie o che vi trasformate in una belva allo stadio, ma se qualcuno vi fa una domanda del genere vuole sapere qualcosa in più di VOI. Siete disordinati? Logorroici? Maniaci del controllo? Alla fine quando e se cambierete lavoro queste cose verranno fuori, raccontarle prima vi può solo aiutare.

9) “Sono considerato un leader da tutti”
– Overselling, sempre lui.
Stressate i vostri pregi, ma senza esagerare. Chi sta dall’altra parte mediamente non apprezza.

10) “Competenze informatiche? Utilizzo Word e Outlook”
– Nell’era di Snapchat è come dire a un colloquio per un posto di capo chef in un ristorante stellato che sapete cucinare il pollo alla piastra.

CV or not CV?

E’ ormai comune sentire parlare di curriculum vitae come rappresentazione del proprio biglietto da visita, elemento catalizzatore per essere contattati al fatidico colloquio di selezione.

Ma quali sono veramente gli elementi da valutare?

Se pensiamo al biglietto da visita, nell’immaginario generale abbiamo in mente un piccolo biglietto di carta con il nome dell’azienda, il nome della persona, il ruolo ricoperto e i relativi contatti: l’essenziale.
Questo ci consente di identificare chi abbiamo di fronte, in pochissime parole.

L’essenziale deve ritrovarsi anche nel CV, il proprio biglietto da visita personale, personal business card: pochi elementi chiari che identificano le caratteristiche del candidato che lo rendono in linea con il ruolo ricercato dall’azienda.

Inutile quindi creare bellissimi resumé non corrispondenti a quanto ricercato dal profilo: se un’azienda ricerca un cuoco, non verrà mai preso in considerazione un pasticcere, anche se potenzialmente ha le capacità o magari il desiderio di farlo!

I selezionatori impiegano poco tempo a riconoscere i curricula interessanti: identificano quelli meritevoli di approfondimenti tramite l’individuazione delle key words, che ricercano nel vostro curriculum tramite lo screening – qualsiasi colore o ordine abbia il vostro format.

Anche spendere righe nella descrizione dei propri hobby può aiutare a trasmettere che una persona, ad esempio, sia uno sportivo, lasciando percepire al selezionatore le proprie abilità di team building; ma che messaggio o competenza si vuole trasferire segnalando che nel week end si ama trascorrere il tempo cucinando per la propria famiglia?
O si fanno lunghe passeggiate con il proprio cane?

Se si sapesse che chi svolge la funzione di private banker, nella maggioranza dei casi, non scrive il proprio CV eppure è ricercatissimo…

Il suggerimento è sicuramente quello di non rispondere ad annunci per i quali non avete le caratteristiche richieste: non sarà il modello del CV a fare la differenza, ma le vostre competenze ed esperienze!

Meglio impegnarsi nel cercare di realizzare un CV che metta in risalto le caratteristiche e competenze che corrispondono al profilo, e magari eliminare informazioni inutili che potrebbero tediare o rendere dispersiva la lettura dello stesso.

Chi di voi non ha forse odiato quei libri di testo che facevano grandissimi giri di parole, piene di fronzoli, senza mai arrivare al punto?

Il CV deve essere una mappa che guida il selezionatore a comprendere di avere potenzialmente fra le mani il proprio tesoro: chi di voi, sapendo di dover raggiungere la famigerata X prima che lo faccia qualcun altro, si prenderebbe il rischio di allungare il percorso verso qualcosa di non necessario?

#10cosesulrecruiting – 10 esagerazioni da non commettere a un colloquio

I colloqui di lavoro sono sempre un momento tanto importante quanto delicato, e sicuramente di fondamentale importanza sono le proprie competenze ed esperienze maturate, le quali  rappresentano una buona parte del proprio biglietto da visita. Detto questo un colloquio di lavoro non è una mera misurazione delle così dette hard skills, ma è anche un colloquio conoscitivo dove conta tanto l’impressione che si ha del lavoratore quanto quella della persona che si ha davanti. Cordialità, disponibilità e tranquillità sono solo alcuni degli aspetti più apprezzati in ottica di collaborazione lavorativa, e per quanto sia importante essere il più genuini e trasparenti possibile, ci sono alcuni aspetti che è meglio evitare, o almeno mitigare. Con 10 esagerazioni da non commettere ad un colloquio ha così inizio #10cosesulrecruiting, la nuova rubrica di articoli proposta da Aegis HR pensata per fornire nuovi spunti sul tema e, perché no, anche divertire! Buona lettura!

 

  1. OVER (o under) dressing

Non avere ben chiaro che non si sta andando né a un matrimonio né a un party in piscina. Basta un abito e una camicia classica per un uomo, un pantalone/gonna e una camicetta sobria per le donne

 

  1. OVERanticipating

Arrivare 4 ore prima per paura di fare tardi. Se siete in anticipo, andate piuttosto a bere un caffè…

 

  1. OVERsweating

Sudare copiosamente.

Questo non ha bisogno di spiegazioni.

 

  1. OVERselling

Superare il leggero confine tra parlare di sé e sostenere che l’Odissea sia la propria biografia

 

  1. OVERselfing

Utilizzare come foto cv o profilo Linkedin una foto al mare, in discoteca o al calcetto

 

  1. OVERstarving

Chiedere solo dello stipendio, dei benefit, dell’auto, delle gomme da neve dell’auto … Siete professionisti, non mercenari

 

  1. OVERthinking

Va bene pensare attentamente a cosa rispondere, ma forse 5 minuti di silenzio sono troppi.

 

  1. OVERsharing

Confondere il colloquio per il pigiama party con il/la migliore amico/a. Condividete solo i particolari rilevanti della vostra vita.

 

  1. OVERgesturing

Non è un match di karate, né siete l’allenatore della nazionale. Gesticolate con moderazione.

 

  1. OVERthanking

Grazie per il suo tempo. Grazie ancora. Grazie. Attendo sue notizie, grazie. Grazie per l’attenzione. Grazie di tutto, grazie mille. Grazie, grazie, grazie…